mercoledì 4 aprile 2012

L'approdo

Achille Bonito Oliva risponde a Elena Del Drago, a proposito del dibattito sulla fine della postmodernità, in un'intervista pubblicata su Artribune Magazine: "Alcuni filosofi vogliono utilizzare gli indignados per trasformare il pensiero debole in pensiero forte, ma questa è un'ingenuità: gli indignados protestano per avere un futuro, ma vengono visti come portatori di una nuova ideologia. C'è, perciò, un tentativo di giungere attraverso di loro alla fine del postmodernismo. Ma la crisi economica, dell'ideologia e la globalizzazione dei problemi ci sono oggi come allora, anzi la radicalizzazione dello scontro tra Paesi poveri e Paesi ricchi ora è aggravata da un fondamentalismo religioso che rischia di generare una guerra di civiltà. Dunque, viviamo ancora in un'era di postmodernità, in cui non c'è lo spiraglio di un futuro". L'affetto che lega il critico alla Transavanguardia probabilmente gli impedisce di percepire i mutamenti in atto. Ciò che condanna inevitabilmente il postmoderno in un'epoca di crisi è l'assenza di scopi definiti, di chiare finalità, quell'eterna sensazione di transito evocata nella parte conclusiva dell'intervista, in cui la Transavanguardia è così definita: "Un movimento di transizione, un'arte che parte ma non ha ancora un'idea dell'approdo. Mentre prima, con le neoavanguardie, c'era, per ideologia, un risultato da raggiungere, ora, con il transito, svanisce la garanzia del risultato". Gli anni Ottanta rappresentano l'apice di una parabola di crescita economica iniziata con il boom del dopoguerra. Un decennio spensierato, in cui era piacevole navigare senza meta. Da allora le cose sono cambiate, in peggio purtroppo. Non è concesso divagare, si cerca disperatamente una via d'uscita: un approdo, appunto. Il relativismo senza regole ha i giorni contati.
Dice ancora Achille Bonito Oliva: "Questa mancanza di garanzia del futuro è quello che ha portato gli artisti della Transavanguardia a utilizzare il passato per poter vivere l'oggi". Poi aggiunge: "Questi artisti utilizzano l'ironia, quello che Goethe definiva la passione che si libera nel distacco, l'oscillazione, non l'identificazione”. Presso il Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo di Villa Frigerj a Chieti, Mimmo Paladino ha realizzato la nuova sala permanente del Guerriero di Capestrano. Non c'è nulla di ironico o di distaccato nel suo relazionarsi al passato. Paladino afferma, a proposito della sua scultura "Guerriero" del 2011: "Nella mia opera c'è una netta impostazione geometrica che si concretizza chiaramente nel copricapo. Nel complesso la scultura è quasi una struttura architettonica, una casa, richiamata dall'uso ripetuto delle tegole e dal cappello che diventa una sorta di tetto. La tegola in alto, che si incorcia con la mano, traccia una diagonale che dal corpo arriva idealmente fino al copricapo. In definitiva il mio guerriero è disarmato" (da Mimmo Paladino e il nuovo Guerriero catalogo della mostra a cura di Gabriele Simongini, Palazzo De Mayo Museo Fondazione Carichieti, Chieti, Allemandi & C., 2011). Casa, riparo, protezione, approdo. Come i suoi elmi sanniti. Il guerriero ha deposto le armi per trasformarsi in positivo edificatore.

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