sabato 29 dicembre 2012

L'albero dei sogni

Ancora qualche settimana per non perdere l'occasione di visitare, presso la Galleria nazionale d'arte moderna a Roma, l'ultima mostra di Gino Marotta, scomparso a distanza di poco più di un mese dall'inaugurazione. Relazioni pericolose, straordinario percorso a cura di Laura Cherubini e Angelandreina Rorro, è un vero e proprio esercizio linguistico fondato sul dialogo tra le opere dell'artista molisano e la collezione del museo. Il concetto di relazione è alla base dell'intero progetto espositivo, costruito insieme da Marotta, dalla moglie Isa e dalle curatrici. Queste ultime hanno voluto sottolineare il senso dell'operazione culturale  rinunciando alla scrittura di testi critici e offrendo al pubblico la fedele trasposizione nel catalogo delle conversazioni intrattenute con l'artista e la sua compagna, senza ombra di dubbio più rappresentative dei criteri di confronto e scambio adottati nell'ideazione della mostra.
Contrario in maniera categorica alla realizzazione di un'antologica o di un evento celebrativo, che avrebbe considerato una caduta di stile e un segnale di manifesta presunzione, Marotta ha preferito rendere omaggio alle opere dei grandi da cui ha tratto ispirazione, tornando in uno dei principali luoghi della sua formazione con gli esperimenti ambientali che lo hanno reso famoso. I suoi fenicotteri-ostaggi celebrano il rito dell'arte che nutre se stessa: contemplano il paesaggio della pittura di spine di Penone mentre un quadro specchiante di Pistoletto riflette la scena, trasformando i metacrilati da spettatori in immagini-oggetto che raccontano e si raccontano. Le opere di Marotta, intellettuale consapevole dell'incompiutezza di ogni asserzione artistica e della necessità di mettere in discussione le norme dell'allestimento museale, pur nel rispetto e nel riconoscimento dell'istituzione, invadono anche gli spazi di passaggio o di sosta, quasi mai utilizzati a fini espositivi. L'installazione Foresta di menta, ad esempio, è collocata nello stretto corridoio oltre le porte del salone centrale, mentre il Giardino all'italiana trova posto nel cortile Aldrovandi. I suoi paradisi trasparenti e colorati conquistano discretamente le sale della Gnam, testimoniando la capacità di un artista ottimista (vissuto in un'epoca in cui era semplice essere ottimisti) di riscoprire nelle forme e nei mezzi della società industriale un angolo di Eden perduto. I suoi boschi di plastica, abitati dalle sagome colorate in maniera improbabile di animali esotici, rappresentano la trasfigurazione onirica della contaminazione tra artificiale e naturale in atto nel mondo contemporaneo.
Nelle ultime settimane a Campobasso, la città dove Marotta è nato e da cui è partito a tredici anni per diventare cittadino del mondo, intellettuali e politici hanno gareggiato cimentandosi in esercizi retorici per ricordare l'artista, con commozione più o meno autentica. Solo in pochi hanno avuto il coraggio di far notare lo stato di degrado e di abbandono in cui versa l'Albero dei sogni, la statua creata dall'artista per la città e collocata nella Villa dei Cannoni in tempi non troppo remoti, quando il Comune intendeva valorizzare la piazza alle spalle del Municipio trasformandola in luogo simbolo dell'arte contemporanea. Le condizioni dell'albero di Marotta sono un chiaro indicatore della qualità delle politiche culturali dell'attuale amministrazione cittadina: sembrerebbe addirittura, in base alle dichiarazioni di alcuni consiglieri comunali riportate dalla stampa locale, che il sindaco Di Bartolomeo avesse palesato l'intenzione di rimuovere l'opera dalla piazza, dopo averla definita un "simbolo di regime" (pare che il riferimento fosse alla passata amministrazione di centro-sinistra).

giovedì 13 dicembre 2012

Tre domande a Lamberto Pignotti

Le questioni relative alla crisi della rappresentazione e all'assottigliamento delle capacità comunicative del sistema letterario hanno attraversato il dibattito intellettuale negli ultimi (almeno) cinquant'anni. La teoria della morte dell'arte di Danto è in fondo solo un capitolo recente di una più ampia e sedimentata riflessione che coinvolge ogni forma espressiva, poesia inclusa. "Poetry is dead, long live poetry" scriveva il compianto Eugenio Miccini in un suo collage degli anni Ottanta. La poesia visiva, a partire dalle sperimentazioni del Gruppo 70, ha sempre tentato di fornire una risposta alle rinnovate esigenze linguistiche del mondo contemporaneo. Quali ritiene siano oggi le più forti istanze di cambiamento alle quali arte e cultura devono prestare ascolto per sopravvivere ed essere al passo con i tempi?
Coloro che teorizzano e parlano della morte dell'arte e della poesia testimoniano inequivocabilmente la loro impotenza, la loro incapacità a seguire i tempi.
È il dramma di svariati critici di professione che, magari sforzandosi e mettendocela tutta, si fanno delle idee in base a un codice modellato alla stregua di una camicia di forza, che non può comprendere quelle operazioni estetiche che per natura rifiutano la rigidità dei codici. È il caso ad esempio della poesia visiva a cui non si confanno codici strettamente letterari o specificamente artistici.
Il fatto è che la poesia visiva è nata operativamente e teoricamente con l'intento di usare più codici. E intanto quelli connessi alla parola e all'immagine, ma poi andando a esplorare i codici lasciati negligentemente da parte: quelli del gusto, del tatto, dell'olfatto. È così entrata in quella terra di nessuno che è governata dalla sinestesia. Riferimento e uso di più codici, quindi. Arte e cultura dovranno sempre di più tener conto e proseguire su tale strada per essere al passo con i tempi. Ma come ho detto tante altre volte in varie occasioni, magari fra curiosità e presunzione, più che la storia dell'arte io amo la storia dell'arte del futuro.

Marinetti, nel Manifesto tecnico della letteratura futurista del 1912, cercando di tracciare il profilo delle sue "parole in libertà", si scagliava contro ogni specie di ordine ("Bisogna orchestrare le immagini disponendole secondo un maximum di disordine") e contro la presenza dell'"io" in letteratura ("Sostituire la psicologia dell'uomo, ormai esaurita, con l'ossessione lirica della materia"). La poesia, in altre parole, non può nascere dalla poesia stessa, ma dall'incontro con la materia viva e vibrante. Molti suoi lavori nascono da "incontri" simili con la tradizione extra-poetica. La sua ricerca verbo-visuale coltiva una grande apertura nei confronti della dimensione più apertamente sociale: quali sono le "relazioni" che la ispirano maggiormente?
"Nutrirsi di poesia per fare poesia sarebbe come nutrirsi di grasso per ingrassare": lo ha detto perentoriamente Giacomo Leopardi. Ma vallo a dire in giro a certi poeti o a certi critici...
Bisogna bazzicare vari centri, periferie, luoghi abbandonati, magari sconsigliati o malfamati, bisogna rovistare fra i rifiuti, fra gli oggetti dismessi, bisogna andare alla ricerca di qualcosa per trovare qualcos'altro, bisogna fare incontri extra-poetici e extra-artistici. Già, le "Poesie e no", le poesie da masticare, il "Dolce stil novo", i "Drink poems"..., ma anche i libri-oggetto fatti ritagliando la plastica dei sacchetti della spesa con finalità implicitamente ecologica. Le relazioni che mi ispirano maggiormente, sia sul piano artistico che su quello sociale, sono le "liaisons dangereuses".

La predilezione per la dimensione intima del collage o del libro è probabilmente legata alla propensione per la complessità, che difficilmente trova compiuta espressione nei grandi formati. Anche sul versante performativo i suoi interventi hanno sempre conservato una raccolta compostezza (le poesie da masticare o da bere, ad esempio). Molta arte contemporanea sembra invece orientarsi verso la monumentalità e la spettacolarizzazione. Ritiene che la riscoperta del minuto (della botte piccola con il vino buono, per dirla con la saggezza popolare) sarebbe salutare per la giovane arte?
Qualche anno fa ho curato e realizzato a Roma una mostra invitando e coinvolgendo circa ottanta artisti, intitolata Mini>Maxi – Opere consapevolmente minime come alternativa ad un'arte aggressiva ed ingombrante. Il riferimento era il formato cartolina. Ho sempre avuto nutriti sospetti sul gigantismo e la monumentalità dell'arte.
L'idea, quando c'è, non ha bisogno di allargarsi nelle dimensioni.
Oggi su sollecitazione prevalentemente americana vogliono far credere che i grandi quadri li facciano i grandi artisti per essere accolti nei grandi musei. Al mercato dell'arte, o meglio: alla finanza dell'arte, conviene crederci. Alla "giovane arte", all'arte protesa al nuovo, a quella avventurosa insomma, conviene proseguire per altre strade.


Lamberto Pignotti è nato nel 1926 a Firenze. Vive a Roma. Ha insegnato all'Università di Firenze e al DAMS dell'Università di Bologna. Ha pubblicato libri di poesia, narrativa, saggistica, antologie, poesia visiva. Fondatore a Firenze, con altri poeti, artisti, musicisti e studiosi del Gruppo 70 nel 1963, successivamente ha partecipato alla fondazione del Gruppo 63. La sua scrittura verbovisiva attinge in maniera critica e dissacrante a vari codici iconografici dei media – pubblicità, moda, fumetti, francobolli, rebus... – e  procede, anche mediante le sue performance, rapportando segni di diversa provenienza: verbali, visivi, del gusto, dell'olfatto, del tatto. Come poeta visivo e sperimentale è incluso in varie antologie italiane e straniere, fra cui Once again, di Jean-Francois Bory (New York, 1968), ed è trattato in libri di saggistica e consultazione. Ha collaborato assiduamente a giornali quotidiani, a programmi culturali della RAI, oltre che a varie riviste italiane e straniere. Nel 1965 ha pubblicato a Bologna per l'editore Sampietro la prima antologia italiana di Poesie visive (4 voll.) comprendente quindici autori. Ha partecipato a mostre collettive, fra cui: Tecnologica, Firenze, 1963; Annual avant garde Festival, New York, 1964 e successive edizioni; Biennale, Venezia, 1968 e varie edizioni; Italian Visual Poetry 1912-1972, New York, 1972; Contemporanea, Roma, 1973; Parola Immagine Oggetto, Tokyo, 1976; Visual Poetry. Arte Italiana, 1960-1982, Londra, 1983; Quadriennale, Roma, 1986; Poesia visiva. 5 Maestri, Verona, 1988; L'espace de l'écriture, Parigi, 1994; Dadaismo e dadaismi, Verona, 1997; Poesia totale 1887-1997, Mantova, 1998; Playgraphies, Parigi, 1999; Modern Art from Italy, Milwaukee, Wisconsin (USA), 2005; La parola nell'arte, MART, Rovereto, 2007; Italian Genius Now, Museo Pecci, Prato e varie sedi straniere, 2008; Futurismo 1909-2009, Palazzo Reale, Milano, 2009; Poesia visiva, MART, Rovereto, 2010; Ah, che rebus!, Roma, 2011. Una vasta monografia curata da Martina Corgnati per l'editore Parise di Verona nel 1996, contiene fra l'altro una bio-bibliografia generale e un'antologia critica con scritti di quarantotto autori fra cui Dorfles, Argan, Eco, Bonito Oliva, Quintavalle, Barilli. Recentemente sono apparsi altri tre estesi volumi monografici accompagnati da mostre personali: Gli Ori, Galleria Armanda Gori Arte, Prato, 2008; Fondazione Berardelli, Brescia, 2010 e CSAC, Università di Parma, Salone delle Scuderie in Pilotta, Skira, 2012. Nel 2011 è stato pubblicato un suo libro di poesie visive, Versi sinottici, Peccolo, Livorno, e un volume di saggi, Scrittura verbovisiva e sinestetica, con Stefania Stefanelli, che ripercorre teoricamente e criticamente il complesso rapporto che dall'inizio del Novecento e fino a oggi intercorre nelle arti fra parola, immagine  e altri sensi.

Per approfondire:

Diversamente diverso

Dal momento che non essere "diversi" è ormai tremendamente out, urge una definizione politically correct per l'artista che, pur non proponendo nulla di banale, non riesce a (o non desidera) non essere comune. Gli sparuti e ostinati pittori, scultori, disegnatori, poeti visivi e decoratori d'anime che non si sono ancora rassegnati alla morte dell'arte e alla necessità di ripensare il proprio ruolo sono, poverini, "diversamente diversi". In fondo anche loro coltivano il sogno di distinguersi dalle masse, ma (deboli!) subiscono ancora il fascino dell'umano e non riescono a liberarsi dalle catene della società. Eppure il sistema pare a tal punto invaso da saccenti rivoluzionari e incendiari innovatori che le posizioni eterodosse, stranamente, sembrano essere proprio quelle dei tanto maltrattati "diversamente diversi". Muovendosi impacciati e rallentati, ma con incredibile tenacia e fiducia nell'uomo, tra schiere di ossessionati dall'ansia del cambiamento, sono in fondo gli unici eretici che, nei fatti, riescono a cambiare qualcosa. Anche se, a parole, sono i meno innovativi. Ma è noto che la moda, il mercato e l'opinione comune non sempre hanno gli strumenti per analizzare i fatti e si affidano dunque alle voci, ai sentori e all'istinto. I provocatori che fanno più rumore attirano l'attenzione, mentre passa inosservato chi lavora silenzioso a un piccolo, magari innocuo, mutamento, confidando nella lenta gradualità del progresso e consapevole che balzi e saltelli avventati fuori dal tracciato aumentano il rischio di cadere.

giovedì 6 dicembre 2012

Tre domande a Davide W. Pairone

"Criticism is not a crime" è il sottotitolo del blog di approfondimenti e critica d'arte a tua cura Il Grande Vetro. Fino a che punto si avverte oggi, in Italia, la mancanza della critica e quali ritieni siano i fattori che inibiscono la maturazione di un dibattito serio e approfondito sulle arti nel nostro Paese?
In Italia, da sempre laboratorio e specchio della cultura occidentale, si riflettono ed amplificano dinamiche internazionali. La critica d'arte qui come altrove soffre la netta predominanza della curatela, vale a dire che si investono energie negli aspetti di comunicazione, marketing, burocrazia legati all'organizzazione di mostre a scapito del dibattito storico e stilistico. Per rendersi conto della situazione basti pensare che, secondo un'analisi emersa alla Biennale dei Beni Culturali Florens 2012, in Italia si inaugura una mostra ogni 45 minuti, più di 30 al giorno, circa 11000 ogni anno. Evidentemente non esiste una selezione, un filtro da parte dei cosiddetti gatekeepers che, aggravante specifica italiana, tendono a diventare personaggi più che personalità: in modo strategico esaltano tic linguistici e comportamentali, idiosincrasie, vezzi, nel tentativo di distinguersi e imporre non una visione critica ma uno stile riconoscibile, un dress code di scuderia che scimmiotta e travisa le "uniformi" d'avanguardia. Intendiamoci, non è una novità né necessariamente un male in sé. Tuttavia la situazione appare più grave se saldiamo questo trend alla miopia istituzionale e alla netta frattura fra sistema espositivo e mondo accademico, vero convitato di pietra in ogni discussione sull'arte.

I contenuti proposti nel blog sono deliberatamente privi di "data di scadenza": niente news, niente recensioni-lampo, niente scoop. L'esigenza di affrancamento dall'attualità più stretta nasce dalla volontà di sperimentare una scrittura in grado di sedimentare, alimentando il pensiero, oppure rappresenta un modo di prendere le distanze dalle testate di informazione, spesso più concentrate sul gossip e sulla dietrologia che sul linguaggio degli artisti?
Direi entrambi: la sperimentazione e l'approfondimento latitano nei media che si occupano di arte. In un sistema ristretto inevitabilmente il gossip "tira" ma talvolta rischia di trascinare con sé tutti gli altri aspetti. Del resto non mancano le testate, cartacee e on line, che si occupano di retroscena e scoop mentre manca del tutto un luogo dove dilatare il tempo della lettura e della riflessione. Mi ribello all'idea esclusiva di un web immediato, frammentario, spesso frivolo. Dobbiamo renderci conto che la rete è l'orizzonte, è lo spazio pubblico del nostro presente e del nostro futuro ed è qui che restano le tracce del lavoro, del dibattito, della riflessione. Sul Grande Vetro trovano spazio anche testi in catalogo, quelli che "nessuno legge", e allora è il caso di tenere aperte queste pagine, renderle costantemente fruibili e sempre attuali. L'ennesima polemica di Sgarbi, l'ennesimo scandalo legato a questo o quel museo, l'ennesima mostra controversa e scandalizzante: sono situazioni che invecchiano presto e perdono d'interesse. Il Grande Vetro invece funziona come archivio permanente di testi ed immagini che il pubblico consulta a distanza di anni proprio perché il loro interesse e la loro ragion d'essere  vanno al di là della contingenza. È un blog inattuale che contraddice tutte le regole di comunicazione web e in questo credo abbia il suo valore. Peraltro ho riscontrato maggiore attenzione da parte del pubblico generalista che da quello specializzato; sinceramente, per me, per gli amici e colleghi che hanno contribuito con saggi e articoli, credo sia un motivo di vanto.

Si diffonde come un morbo, complice la crisi economica, sociale e culturale, il trend della banalizzazione: gli stereotipi proliferano in tutti i settori, dall'arte alla politica. Millantatori, fanfaroni, ciarlatani venditori di panacee e spacciatori di facili soluzioni sembrano riuscire senza alcuna difficoltà a turlupinare masse inermi. Come ci si può difendere dall'ignoranza, dal cinismo e dal nichilismo?
Non sarei così catastrofista: cialtroni ed opportunisti esistono da sempre e l'assalto alla diligenza del sistema arte credo sia dovuto semplicemente al gonfiarsi di una bolla speculativa negli anni '00 ed alla retorica (malri)posta sulle "economie della conoscenza" e sui mestieri "creativi". Col restringersi degli investimenti e delle speculazioni vedo già in atto una selezione o quantomeno un ridimensionamento di certi personaggi che, purtroppo, porteranno a fondo con loro anche molti artisti validi che si sono messi nelle mani sbagliate, convinti di poter condurre piani strategici di affermazione cavalcando questo o quel trend.  Credo che il Manuale per giovani artisti di Damien Hirst abbia fatto grossi danni e sia stato letto sostanzialmente male: è diventato un "Art for dummies" mentre al contrario contiene passaggi di grande profondità su temi universali come la morte, il tempo, la storia. Certo, Hirst è un personaggio pop ed è diventato milionario ma la sua grande preoccupazione rimane quella di sopravvivere al giudizio dei posteri, problema che molti artisti e critici nemmeno si pongono.


Davide W. Pairone (1980), critico e curatore d'arte moderna e contemporanea, possiede una lunga esperienza nell'ambito dei servizi didattici, museali e di allestimento. Fra le principali collaborazioni istituzionali: autore di testi in catalogo per la mostra "Nicola Samorì. Fegefeuer" (2012) presso la Kunsthalle di Tubingen (DE) e per la mostra "Incontri all'inizio del mondo" (2012) presso il centro culturale Altinate - San Gaetano di Padova. Curatore della mostra "Aron Demetz. Il Radicante" (2012) presso MACRO Testaccio - Roma. Membro dei comitati scientifici delle mostre "Zoran Music. Se questo è un uomo" (2011) e "Sebastian Matta. L'entrée est a la sortie" (2010)  presso il Palazzo Leone da Perego - Legnano (Mi). Curatore della mostra "Beata Remix" (2008) presso il Palazzo d'Avalos di Vasto in collaborazione con la Tate Modern di Londra. Ha curato mostre di giovani artisti italiani ed europei presso le seguenti gallerie private: Zelle arte contemporanea (Palermo), Galleria Miomao (Perugia), 400metriquadri gallery (Ancona), Atelier 777 (Pescara). Ha pubblicato articoli, prefazioni e saggi critici per gli editori Allemandi (Torino), Lupetti (Bologna), Morlacchi (Perugia) e per le seguenti riviste: Artslife, Artapartofculture, Lobodilattice, La Forma, Artico, Gorilla, EgMagazine. Dal 2010 gestisce il blog Il Grande Vetro.

Per approfondire: