lunedì 1 dicembre 2014

Inattualità del neoespressionismo

Il dibattito sulla pittura è intramontabile e lo si può ritenere stimolante e utile, finché si limita a una serena riflessione sul presente, evitando di assumere toni profetici: la contrapposizione tra intransigenti ipotesi di obsolescenza e altrettanto rigide e fantasiose teorie teleologiche, che ha funestato gli ultimi (almeno) tre decenni, appare oggi chiaramente sterile e anacronistica. Tuttavia un incomprensibile equivoco continua a suggestionare una parte consistente di pubblico (e, purtroppo, a volte anche di critica): è infatti sorprendentemente difficile da sradicare l'ostinazione nel voler ricondurre ogni prospettiva di sviluppo della pratica pittorica all'interno del recinto di un tramontato sentire neoespressionista. In Italia, poi, questa assurda convinzione ha trovato terreno fertile grazie a un persistente retaggio transavanguardista, a cui si deve quel senso di inadeguatezza, trasmesso a qualche generazione di pittori, che non aveva altra ragione di esistere, persino negli anni Ottanta, se non un (forse nemmeno troppo ingiustificato) complesso di inferiorità nei confronti della corrente poverista. Le semplificazioni generaliste si nutrono di sensazionalismo, di annunci apocalittici e di periodici "ritorni". La verità è che un medium dalla tradizione così illustre come la pittura ha sempre goduto, e probabilmente sempre godrà, di ottima salute, anche durante quella breve parentesi storica in cui un ingenuo integralismo concettualista millantava la sua presunta messa al bando. Per inciso, negli stessi anni in cui il linguaggio pittorico tradizionale era messo in discussione e si confrontava con le nuove esperienze installative e performative, mentre i più fanatici si affannavano a rottamare tele e pennelli, altri artisti mescolavano sapientemente i codici espressivi, giungendo a intuizioni di fondamentale importanza e aprendo la strada alla pittura "espansa" e post-concettuale.
Se quindi si continua a scivolare nell'inesauribile discussione sulle sorti della pittura (raggiungendo vette di tenace autolesionismo proprio nel nostro Paese) è forse perché ci si ostina a preservare criteri estetici fondati sulla strabordante e non sempre meditata urgenza espressiva, correndo il rischio di promuovere guazzabugli dal sapore postmoderno, che nulla hanno più da dire in tempi in cui la ricerca dovrebbe incamminarsi lungo percorsi molto meno istintuali. Così facendo si legittima il dubbio di chi sostiene che la pratica pittorica sia ferma su un binario morto, quando invece proprio i codici della tradizione offrono oggi strumenti preziosi per il recupero delle identità e la rappresentazione del presente. Non è più il caso di insistere sul mito ormai logoro della forza dirompente di un'ispirazione senza freni, frutto di personalità rigorosamente lacerate dallo scontro interiore tra genio e sregolatezza, né di ricercare ossessivamente liriche rappresentazioni soggettive. In questo modo si finisce per screditare il lavoro prezioso di chi, seguendo il precetto leonardesco, interpreta la "scienza della pittura" come un "discorso mentale" e fa discendere ogni tratto, ogni forma, ogni scelta cromatica da un coerente apparato teorico.
La consapevolezza di vivere in un'epoca storica di passaggio, in una fase di trasformazione radicale e dolorosa, è ampiamente condivisa. Non è invece parimenti suffragata l'idea che la ricostruzione di uno scenario sociale e culturale in grado di metabolizzare e (un giorno o l'altro) superare la crisi richieda uno sforzo corale, un'elaborazione collettiva, una dinamica comunitaria e associativa capace di creare reti di solidarietà e partecipazione. Non è il momento di incoraggiare le tensioni disgregatrici e l'egoismo particolarista, soprattutto in questa Italia antropologicamente ammalata di individualismo. Come in politica ogni demagogica strumentalizzazione del disagio a scopo elettoralistico, creando divisioni e incentivando la gretta abitudine di perseguire i micro-interessi, allontana dalla possibilità di risolvere i problemi del Paese, così anche l'arte pecca d'accidia quando si accontenta di appaganti esibizioni narcisistiche, invece di mettere faticosamente a punto più opportune poetiche dell'impersonalità. Non è un caso, d'altronde, che siano praticamente irrintracciabili sul territorio italiano significative esperienze di gruppo e che le consuetudini imprescindibili per la crescita artistica e intellettuale (la disponibilità al confronto costruttivo, la capacità di ascolto, l'apertura al dialogo, l'umiltà nel mettere in discussione le proprie convinzioni) siano diventate invece rare qualità di pochi. Negli strati più meschinamente conservatori del sistema-mondo dell'arte contemporanea, in cui l'ottica mercantilistica ha preso il sopravvento sulla dimensione culturale, prevale un arido egocentrismo impregnato di ipocrisia, invidia, cinismo e venalità. I territori scoperti dall'avanguardia futurista e dalle neoavanguardie degli anni Sessanta e Settanta (poesia visiva, poesia concreta, scrittura visuale e Arte Povera) sono ancora in larga parte da esplorare. Le prospettive di sviluppo, nel solco tracciato da queste esperienze italianissime, sono molteplici. Il sacrificio dell'io (e dell'immagine che l'io proietta) al fine di ricostruire con slancio altruistico una comunità ideale è la premessa necessaria per ritrovare se stessi e i propri fondamenti identitari.