sabato 4 aprile 2015

Allegoria del demerito: il manierismo contemporaneo

La postmodernità agonizza e si avvia lentamente verso la sua naturale conclusione, mentre emergono le esigenze di razionalizzazione imposte dalla crisi. Eppure i teorici del postmodernismo non sembrano accorgersene, o forse fingono indifferenza per rimanere ancorati saldamente alle loro inveterate convinzioni. La massa dei conservatori più ostinati, per pigrizia o per ipocrisia, difende sfacciatamente una stanca tendenza al manierismo che, a parer loro, si potrebbe considerare addirittura la cifra dominante della contemporaneità. Solo per citare un esempio tra i più recenti, appena una decina di giorni fa è comparso su Artribune un articolo dal titolo emblematico: "In lode del Contemporaneo manierista", firmato da Pericle Guaglianone. Appare ovvio che una simile insofferenza nei confronti della prospettiva di un radicale cambiamento di paradigma (che pure è in atto e dovrebbe essere salutato con entusiasmo) nasca dal timore che il ritorno al metodo basato sulla sperimentazione e sulla ricerca (tratto distintivo di ogni vera avanguardia) possa mettere in crisi i criteri estetici e il gusto consolidati negli ultimi decenni e quindi ridimensionare il valore di mercato delle proposte artistiche sostenute e sponsorizzate da operatori e galleristi.
L'insicurezza serpeggia ormai da tempo negli animi di chi vede sgretolarsi posizioni privilegiate e centri di potere, al punto che la propaganda assume talvolta strane forme, mascherandosi da provocazione. Persino Giancarlo Politi, dalle pagine di Flash Art (n. 318, Ottobre-Novembre, anno 48-2014), nella sua famigerata rubrica "Lettere al direttore", ha sentito la necessità di suggerire a un suo lettore (che gli chiedeva ingenuamente consigli sui metodi da seguire per fare fortuna come artista) di "guardare con occhio rapace i più grandi pittori e artisti di oggi". Insomma, al netto della sua ben nota impertinenza e di una buona dose di ironia, Politi sembra lasciare intendere che copiare possa essere un buon modo per attirare consensi e per farsi notare. D'altronde, in un Paese ancora vittima degli sprechi e dell'incoscienza post-miracolo italiano, l'inevitabile scontro generazionale non può che passare attraverso una profonda riflessione sulle delicate dinamiche di conciliazione tra democrazia e meritocrazia. Sarebbe utile rileggere qualche pagina di storia (e di storia dell'arte) italiana alla luce di queste considerazioni, per comprendere meglio anche i motivi per cui la produzione culturale del nostro Paese è diventata marginale.
L'ultimo numero della Rivista di Psicologia dell'Arte, organo scientifico del Centro Studi Jartrakor dal 1979, ospita uno scritto di Sergio Lombardo dal titolo: "Cambio di paradigma nella storia dell'arte italiana degli anni '70: Postmoderno, Anacronismo e Transavanguardia come risposte polemiche all'avanguardia statunitense". Si tratta di una preziosa testimonianza, perché porta avanti un'attenta analisi dei fenomeni economici e sociali che hanno innescato, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, il processo che avrebbe condotto al trionfo del relativismo e alla sottomissione dell'arte alle regole di mercato. Scrive Lombardo: "Il 1968 segnò un punto di svolta dopo il quale l'Italia cominciò a rinnegare l'avanguardia in tutti i campi della cultura e della scienza, rinchiudendosi in un passatismo anacronistico, stagnante e oscurantista [...]. Nel 1970 venne abolito il premio alla Biennale di Venezia. La meritocrazia, che giustifica ogni premiazione, fu considerata 'antidemocratica'. Il concetto di 'democrazia' fu piegato a significare non più la garanzia delle regole e delle pari opportunità in partenza, ma la garanzia indiscriminata per tutti all'arrivo. Qualsiasi eccellenza veniva considerata arrogante e antidemocratica, perfino negli esami universitari al posto del merito fu adottato il 'voto politico' [...]. Senza teorie diventò impossibile giustificare i criteri di merito nell'arte. Tutta l'avanguardia, che procede sulla base di regole e principi, fu tacciata di 'ideologismo' e quindi, nel clima sospettoso degli 'anni di piombo', fu isolata in quanto potenzialmente 'sovversiva'. Fu quindi considerata 'arte democratica' solo quella commerciale, perché poteva essere scelta 'democraticamente' dai consumatori/acquirenti".

1 commento:

  1. Analisi interessante: secondo me sarebbe opportuno approfondire ulteriormente il rapporto fra i settori artistici e culturali, generalmente associati alla narrazione e interpretazione della società, e i campi creativi legati al costume, al marketing e alle mode. spesso mi sembra che Oliviero Toscani descriva gli anni '90 come estetica, mentalità, approccio al sociale e al mercato molto meglio di molti artisti visivi suoi coetanei...

    Più che di manierismo parlerei di rimasticamento visivo, molto comune ad esempio nella moda, dove ciclicamente si riassemblano e ricompongono stili e motivi d'ispirazione diversi in base a idee del corpo e dell'individuo riconducibili ad un numero ristretto di aggettivi che vengono riproposti all'infinito.

    Questa selezione ristretta di parole chiave/etichette variamente ricombinabili tende a riproporre stereotipi più che a favorire lo sviluppo di nuove idee, facilita la classificazione più che la creazione, proprio come le tag, le pin, i label e le varie categorie identificative di internet.

    A partire da questi presupposti, le espressioni del visivo nel loro complesso sono perfettamente pertinenti con il mondo dove viviamo...o meglio, con il presente del nostro mondo - il presente medio, di cui disponiamo più immagini- e il passato ridotto a cartolina...E gli elementi presenti e passati che non riusciamo a visualizzare? E gli scorci di futuro, le visioni alternative?

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