lunedì 20 aprile 2015

Tre domande a Dionigi Mattia Gagliardi

Il progetto editoriale di cui sei Direttore, Nodes, sostiene una linea di ricerca che interpreta l'arte come una disciplina scientifica. Tra gli obiettivi perseguiti sembra prioritario il tentativo di creare una rete che metta in contatto i ricercatori di tutto il mondo, allo scopo di elaborare e discutere nuove teorie estetiche, con un approccio d'avanguardia e interdisciplinare. Tuttavia, sulla base di quanto affermi nell'editoriale dell'ultimo numero della rivista, le ricerche pubblicate su Nodes sono quasi ignorate in Italia. Quali ritieni siano i motivi di questo isolamento?
La situazione attuale nell'ambiente artistico è molto confusa. Non si discute più delle teorie ma del prezzo di mercato e del curriculum degli artisti. La cultura postmoderna è ancora predominante e alle teorie vengono preferiti oggetti e merci. Il mercato non rivolge la propria attenzione alle teorie, perché sono poche e fatte da pochissimi, invece, le merci devono essere tante.
Oggi la maggior parte degli artisti produce oggetti senza alcun principio teorico di base.
Diversi critici, anche molto conosciuti, spesso utilizzano gli artisti e le loro opere per mostre tematiche, o per opere su commissione.
Questo, oltre ad andare contro ad uno dei principi fondamentali dell'arte, cioè la libertà della ricerca, crea l'illusione che tutti possano essere artisti, basta che abbiano un'idea originale e che, soprattutto, producano merce commerciabile.
Gli artisti delle epoche passate che attualmente ricordiamo sono pochissimi per ogni periodo storico, oggi, invece, aprendo una qualsiasi rivista d'arte ne possiamo contare a migliaia. Sono veramente tutti artisti?
Tutto questo in Italia si aggiunge ad una scarsa attenzione verso l'avanguardia e la ricerca.
Questa deriva dell'arte attuale va in controtendenza con la nostra linea di ricerca, sia come gruppo di artisti, che come editori.
Quando ho deciso di fondare Nodes, nel 2009, ero convinto che mancasse un luogo di analisi, critica e discussione.
Noi ci situiamo nella linea di ricerca delle avanguardie, a partire dal futurismo, i cui tasselli chiave sono la libertà e la formulazione di teorie estetiche.
Capisci bene che chi porta avanti una ricerca come la nostra si troverebbe in difficoltà davanti alla richiesta di opere su commissione, alla partecipazione a mostre con un tema dettato dal critico, o alla produzione di merce da mettere sul mercato. La nostra ricerca prevede studio, discussione, confutazione, elaborazione e rielaborazione. Nodes, che vedo come un'opera d'arte collettiva, comprende tutto questo.

Senza dubbio, come giustamente hai sottolineato, nel momento in cui le esigenze del mercato sono diventate preminenti, la ricerca è stata messa da parte. Ma non credi che le mutazioni sociali e antropologiche abbiano contribuito, forse più dei fattori economici, a modificare la percezione del ruolo degli intellettuali? L'individualismo postmoderno ha soppiantato la vocazione al lavoro collettivo, che è sempre stata una delle caratteristiche fondamentali presenti in tutte le avanguardie artistiche. La tendenza a percorrere strade solitarie frena il progresso culturale in tutti i campi e favorisce quel relativismo che tu biasimi. A volte anche all'interno dei pochi gruppi in attività, per mancanza di energie o di stimoli, si corre il rischio dell'autoreferenzialità. Qual è il tuo punto di vista sul problema della condivisione?
Sono sicuro che il lavoro collettivo possa essere una via percorribile, a prescindere dalla velocità e l'individualità che sono caratteristiche della società di oggi. Nodes è una buona pratica, è un modello di valori. Ma Nodes è il collante di diversi individualismi, di diverse individualità, per formazione e interessi. Questo, in qualche modo, potrebbe rappresentare una contraddizione. Ma è proprio il collante del nostro gruppo. Ognuno di noi porta avanti la propria ricerca personale (di vita, di studio, di lavoro) autonomamente, ma al tempo stesso ha rispetto e crede in alcuni valori umani e culturali che ci accomunano. Non conosco molti altri gruppi, soprattutto come il nostro. Parlando della nostra esperienza, posso dirti che non è una questione di energia o stimoli, si tratta di una scelta di vita.

Recentemente hai curato il volume Fabio Mauri. Archivio di memoria, una raccolta di testi, immagini e ricordi legati alla figura e al lavoro di Fabio Mauri. Come è nata l'idea di questa pubblicazione? Chi ha contribuito alla realizzazione del progetto?
L'idea di pubblicare il volume su Fabio Mauri nasce dalla volontà di approfondire lo studio di alcuni artisti fondamentali per la storia dell'arte italiana e non solo. Nel numero 0 di Nodes abbiamo pubblicato una delle sue ultime interviste a firma di Marco Marini. Subito dopo abbiamo sentito la necessità intellettuale di approfondire, pubblicando un progetto che fosse in linea con il nostro metodo di lavoro.
Abbiamo usato Fabio Mauri come stimolo e scelto un campione di 35 autori che hanno risposto in una pagina A4, attraverso testi, documenti, immagini.
Siamo riusciti a dare una visione di Fabio Mauri, un'analisi del suo lavoro, sicuramente atipica e interessante. Grazie alla stretta collaborazione con lo Studio che cura il patrimonio dell'artista, siamo riusciti anche a pubblicare molti documenti e immagini inedite.
Il progetto è totalmente autofinanziato. Un progetto di ricerca e senza scopo di lucro.


Dionigi Mattia Gagliardi (Crotone, 1986) è attualmente Presidente dell'Associazione Numero Cromatico (centro di ricerca e casa editrice), Direttore Responsabile della rivista Nodes (ISSN 2281-1168), membro del Comitato Scientifico di Rivista di Psicologia dell'Arte (ISSN 0393-9898) e collaboratore del Centro Studi Jartrakor, Consigliere Accademico presso l'Accademia di Belle Arti di Roma.
Dal 2013 è iscritto all'Albo dei Giornalisti nell'elenco dei Direttori Responsabili.
È diplomato con il massimo dei voti presso l'Accademia di Belle Arti di Roma in Comunicazione e Didattica dell'Arte (A.A. 2013) e in Arti Visive (A.A. 2011).
Si occupa di Psicologia dell'Arte e Neuroestetica. Conduce studi sulla creatività e sui fenomeni aleatori. Da anni è portavoce di movimenti per il riconoscimento del livello universitario alle Accademie di Belle Arti italiane.
Ha partecipato a mostre personali e collettive presso l'Istituto Italiano di Cultura di Vienna, l'Istituto Italiano di Cultura del Cairo, Museo MACRO di Roma, Musei Capitolini di Roma, Museo Nazionale Romano, Consiglio di Stato a Roma, House of Art (Dom Umenia) Bratislava.

Per approfondire:

sabato 4 aprile 2015

Allegoria del demerito: il manierismo contemporaneo

La postmodernità agonizza e si avvia lentamente verso la sua naturale conclusione, mentre emergono le esigenze di razionalizzazione imposte dalla crisi. Eppure i teorici del postmodernismo non sembrano accorgersene, o forse fingono indifferenza per rimanere ancorati saldamente alle loro inveterate convinzioni. La massa dei conservatori più ostinati, per pigrizia o per ipocrisia, difende sfacciatamente una stanca tendenza al manierismo che, a parer loro, si potrebbe considerare addirittura la cifra dominante della contemporaneità. Solo per citare un esempio tra i più recenti, appena una decina di giorni fa è comparso su Artribune un articolo dal titolo emblematico: "In lode del Contemporaneo manierista", firmato da Pericle Guaglianone. Appare ovvio che una simile insofferenza nei confronti della prospettiva di un radicale cambiamento di paradigma (che pure è in atto e dovrebbe essere salutato con entusiasmo) nasca dal timore che il ritorno al metodo basato sulla sperimentazione e sulla ricerca (tratto distintivo di ogni vera avanguardia) possa mettere in crisi i criteri estetici e il gusto consolidati negli ultimi decenni e quindi ridimensionare il valore di mercato delle proposte artistiche sostenute e sponsorizzate da operatori e galleristi.
L'insicurezza serpeggia ormai da tempo negli animi di chi vede sgretolarsi posizioni privilegiate e centri di potere, al punto che la propaganda assume talvolta strane forme, mascherandosi da provocazione. Persino Giancarlo Politi, dalle pagine di Flash Art (n. 318, Ottobre-Novembre, anno 48-2014), nella sua famigerata rubrica "Lettere al direttore", ha sentito la necessità di suggerire a un suo lettore (che gli chiedeva ingenuamente consigli sui metodi da seguire per fare fortuna come artista) di "guardare con occhio rapace i più grandi pittori e artisti di oggi". Insomma, al netto della sua ben nota impertinenza e di una buona dose di ironia, Politi sembra lasciare intendere che copiare possa essere un buon modo per attirare consensi e per farsi notare. D'altronde, in un Paese ancora vittima degli sprechi e dell'incoscienza post-miracolo italiano, l'inevitabile scontro generazionale non può che passare attraverso una profonda riflessione sulle delicate dinamiche di conciliazione tra democrazia e meritocrazia. Sarebbe utile rileggere qualche pagina di storia (e di storia dell'arte) italiana alla luce di queste considerazioni, per comprendere meglio anche i motivi per cui la produzione culturale del nostro Paese è diventata marginale.
L'ultimo numero della Rivista di Psicologia dell'Arte, organo scientifico del Centro Studi Jartrakor dal 1979, ospita uno scritto di Sergio Lombardo dal titolo: "Cambio di paradigma nella storia dell'arte italiana degli anni '70: Postmoderno, Anacronismo e Transavanguardia come risposte polemiche all'avanguardia statunitense". Si tratta di una preziosa testimonianza, perché porta avanti un'attenta analisi dei fenomeni economici e sociali che hanno innescato, tra la fine degli anni Sessanta e l'inizio dei Settanta, il processo che avrebbe condotto al trionfo del relativismo e alla sottomissione dell'arte alle regole di mercato. Scrive Lombardo: "Il 1968 segnò un punto di svolta dopo il quale l'Italia cominciò a rinnegare l'avanguardia in tutti i campi della cultura e della scienza, rinchiudendosi in un passatismo anacronistico, stagnante e oscurantista [...]. Nel 1970 venne abolito il premio alla Biennale di Venezia. La meritocrazia, che giustifica ogni premiazione, fu considerata 'antidemocratica'. Il concetto di 'democrazia' fu piegato a significare non più la garanzia delle regole e delle pari opportunità in partenza, ma la garanzia indiscriminata per tutti all'arrivo. Qualsiasi eccellenza veniva considerata arrogante e antidemocratica, perfino negli esami universitari al posto del merito fu adottato il 'voto politico' [...]. Senza teorie diventò impossibile giustificare i criteri di merito nell'arte. Tutta l'avanguardia, che procede sulla base di regole e principi, fu tacciata di 'ideologismo' e quindi, nel clima sospettoso degli 'anni di piombo', fu isolata in quanto potenzialmente 'sovversiva'. Fu quindi considerata 'arte democratica' solo quella commerciale, perché poteva essere scelta 'democraticamente' dai consumatori/acquirenti".