Un tweet del 28 maggio di Dario Franceschini annuncia: "L'insegnamento della storia dell'arte tornerà nelle scuole. Impegno comune del ministro Giannini e mio". I ministri dell'Istruzione e dei Beni culturali hanno in effetti firmato un protocollo d'intesa, di durata triennale, mirato a incrementare la conoscenza del patrimonio culturale attraverso l'azione formativa delle scuole. La volontà di rinsaldare il sodalizio tra il mondo dell'istruzione e quello della cultura deriva dall'esigenza di rimettere al centro del sistema educativo italiano uno dei punti di forza del Paese, quasi un suo tratto genetico: la ricchezza, sia in termini quantitativi che qualitativi, di beni di particolare rilievo artistico e storico. La perdurante inettitudine, tutta italiana, nel gestire tale immensa risorsa è connessa in maniera fin troppo palese a una carente condivisione e circolazione dei saperi, aggravata dai tagli alla scuola pubblica ai quali abbiamo assistito nel recente passato. Un popolo che non conosce, non apprezza e non difende con orgoglio la sua cultura non sarà mai in grado di innescare positive dinamiche di valorizzazione. Per questo motivo è auspicabile che ai buoni propositi segua il concreto impegno del Governo per ottenere rapide coperture che consentano una revisione degli ordinamenti didattici, riesaminando almeno i punti più contestati della riforma Gelmini. Il progetto di reintrodurre l'insegnamento della storia dell'arte nei programmi degli istituti professionali e tecnici punta strategicamente al cuore del problema, ma non è l'unico aspetto interessante dell'intesa. In base al protocollo, Miur e Mibact faranno da ponte tra scuole e musei nella promozione di iniziative tese a favorire la comprensione della tutela del paesaggio e l'avvicinamento alla conoscenza dell'arte contemporanea, incoraggiandone lo sviluppo. L'accordo promuove inoltre iniziative per la valorizzazione e la fruizione consapevole del circuito archeologico e delle biblioteche, al fine di incoraggiare l'accesso alla cultura dei giovani. Le intenzioni sembrano delle migliori. Sul piano concreto, invece, il ministro Giannini ha annunciato un investimento di appena 500.000 euro per l'anno scolastico 2014/2015. Si spera sia solo un primo piccolo passo.
Piccoli esercizi di straniamento per una visione trasversale dell'arte e della cultura contemporanea
venerdì 30 maggio 2014
domenica 27 aprile 2014
La forza aggregante di una modernità senza tempo
Pierpaolo Forte, il presidente della Fondazione Donnaregina per le arti contemporanee, ha utilizzato la parola "repubblicano" per definire il progetto, ambizioso e a suo modo storico, che ha condotto alla produzione di tre mostre dedicate all'opera di Ettore Spalletti da parte di tre tra i maggiori musei pubblici d'arte contemporanea italiani: il MAXXI di Roma, la GAM di Torino e il Madre di Napoli. In effetti, nel nostro contesto culturale così disabituato alla cooperazione e all'impegno comune, non è evento ordinario un simile esempio di proficua collaborazione tra realtà diverse da un punto di vista sia istituzionale che territoriale. Se a ciò si aggiunge la capacità di convogliare energie provenienti da tutte le componenti della società, pubbliche e private, in un percorso fondato sull'apporto dell'intera collettività, non si può non essere d'accordo nel ritenere che la grande mostra congiunta Un giorno così bianco, così bianco sia un segnale incoraggiante per il futuro della cultura nel nostro Paese.
Non è un caso che sia toccata in sorte a un artista come Spalletti la possibilità di provare a riattivare il discorso pubblico sull'arte contemporanea in Italia, nella consapevolezza della necessità di unire le forze per superare le debolezze del sistema. La sua natura riservata e sobria, la sua esperienza di vita appartata e lontana dai riflettori lo hanno reso il soggetto ideale per sciogliere un intricato groviglio di particolarismi. Così, come nei suoi lavori la trama cromatica della superficie appare per mezzo dell'abrasione da un impasto di colori a olio stemperati in una miscela di pigmenti e gesso, anche la pluralità slegata degli operatori culturali dispersi sul territorio italiano ha saputo armonizzarsi generando una perfetta macchina organizzativa, in omaggio alla poesia senza tempo del lavoro di Spalletti. Una poesia che è minimale e insieme fortemente identitaria, destinata a vivere oltre il tempo, perché sa parlare un linguaggio contemporaneo dal sapore antico: infatti la modernità dell'opera dell'artista abruzzese conserva in sé la memoria di forme e di equilibri classici. L'azzurro atmosferico e il rosa dell'incarnato sono i colori dominanti nella produzione di Spalletti: colori autentici e materiali, concreti e tangibili come la sua ispirazione, fondata su una manualità rituale che prevede un lento sovrapporsi di strati di pittura, poi sottoposti a un'azione erosiva. Obbedendo alle imprevedibili leggi del caso, il passaggio della carta abrasiva frantuma i pigmenti e consegna alle solide forme geometriche il loro aspetto di delicata fragilità, che non esiste ma viene fuori attraverso la polvere.
Per volontà dell'artista, le sue opere non devono essere toccate, perché un singolo contatto potrebbe far svanire quell'illusione di eternità sapientemente costruita. Ma una statuaria coscienza dell'imperfezione è forse l'unico mezzo possibile per sospendere e ribaltare l'apparentemente inarrestabile deriva verso il "vanishing point" dell'arte, descritta da Jean Baudrillard in un suo famoso scritto. Se esiste un antidoto alla minaccia del "grado Xerox della cultura", al pericolo dell'estetizzazione totale del mondo e della conseguente sparizione dell'arte, al rischio dell'indifferenza di fronte a forme sempre più sofisticate di simulazione, potrebbe anche nascondersi tra una piega dell'Adriatico e la cima più alta degli Appennini. Oppure in nessun luogo, ma negli occhi, nelle teste e nei cuori.
Non è un caso che sia toccata in sorte a un artista come Spalletti la possibilità di provare a riattivare il discorso pubblico sull'arte contemporanea in Italia, nella consapevolezza della necessità di unire le forze per superare le debolezze del sistema. La sua natura riservata e sobria, la sua esperienza di vita appartata e lontana dai riflettori lo hanno reso il soggetto ideale per sciogliere un intricato groviglio di particolarismi. Così, come nei suoi lavori la trama cromatica della superficie appare per mezzo dell'abrasione da un impasto di colori a olio stemperati in una miscela di pigmenti e gesso, anche la pluralità slegata degli operatori culturali dispersi sul territorio italiano ha saputo armonizzarsi generando una perfetta macchina organizzativa, in omaggio alla poesia senza tempo del lavoro di Spalletti. Una poesia che è minimale e insieme fortemente identitaria, destinata a vivere oltre il tempo, perché sa parlare un linguaggio contemporaneo dal sapore antico: infatti la modernità dell'opera dell'artista abruzzese conserva in sé la memoria di forme e di equilibri classici. L'azzurro atmosferico e il rosa dell'incarnato sono i colori dominanti nella produzione di Spalletti: colori autentici e materiali, concreti e tangibili come la sua ispirazione, fondata su una manualità rituale che prevede un lento sovrapporsi di strati di pittura, poi sottoposti a un'azione erosiva. Obbedendo alle imprevedibili leggi del caso, il passaggio della carta abrasiva frantuma i pigmenti e consegna alle solide forme geometriche il loro aspetto di delicata fragilità, che non esiste ma viene fuori attraverso la polvere.
Per volontà dell'artista, le sue opere non devono essere toccate, perché un singolo contatto potrebbe far svanire quell'illusione di eternità sapientemente costruita. Ma una statuaria coscienza dell'imperfezione è forse l'unico mezzo possibile per sospendere e ribaltare l'apparentemente inarrestabile deriva verso il "vanishing point" dell'arte, descritta da Jean Baudrillard in un suo famoso scritto. Se esiste un antidoto alla minaccia del "grado Xerox della cultura", al pericolo dell'estetizzazione totale del mondo e della conseguente sparizione dell'arte, al rischio dell'indifferenza di fronte a forme sempre più sofisticate di simulazione, potrebbe anche nascondersi tra una piega dell'Adriatico e la cima più alta degli Appennini. Oppure in nessun luogo, ma negli occhi, nelle teste e nei cuori.
giovedì 27 marzo 2014
Tre domande a Graziano Folata
Molti tuoi lavori nascono da una sorta di "epifania" che ti consente di acquisire la consapevolezza necessaria per circoscrivere la forma e riconfigurarla attraverso un semplice gesto. Dal modo in cui descrivi il processo generativo da cui trae origine la tua ispirazione, sembra di capire che la tua idea di arte sia più vicina al concetto di "scoperta" che a quello di "invenzione". Poi però, in alcune opere, si percepisce una logica immaginativa più ambiziosa, che attribuisce all'immagine un senso quasi metafisico, superando il dato reale. Come interpreti il tuo ruolo? Ritieni che il compito dell'artista sia attivare uno sguardo più profondo e consapevole sulla realtà, oppure creare ex novo immagini in grado di superare i limiti della percezione?
Quali sono i limiti della percezione? Se fossi bendato e facessi un passo oltre il bordo del precipizio, concepirei quel limite soltanto una volta ritrovatomi in caduta libera. Ecco, io mi trovo continuamente in caduta libera, ma non so se sia caduta o volo, come non so riconoscere appieno dove io scopra o inventi, eppure sono mosso dall'urgenza di riempire gli sguardi di fertile meraviglia, in maniera da poter rendere plausibile ad altri un nuovo approccio all'atto artistico, anche partendo da sistemi minimi o immagini aspre nella loro prima insorgenza.
Una caratteristica costante del tuo percorso di ricerca è l'incessante sperimentazione di molteplici tecniche attraverso il ricorso a linguaggi differenti: ti esprimi agevolmente con la scultura, la fotografia, la pittura e le installazioni, dimostrando un'innata capacità, piuttosto rara a dire il vero, di padroneggiare più codici contemporaneamente. Credi che tale predisposizione sia collegata alla curiosità e all'interesse per lo studio della materia, in tutte le sue forme?
Ho sempre disegnato, incessantemente. Così mi sono accorto che dovevo essere spontaneo nel segno, sintetizzare con semplicità e piacere nel farlo: in questa maniera riuscivo ad essere molto veloce e più andavo avanti più ritrovavo una certa pienezza che riassumeva la forma e la figura in maniera decisa e personale. Con lo stesso atteggiamento ho guardato alla composizione sul vetro smerigliato della mia macchina fotografica, alla scelta dei soggetti e alle potenzialità che potevano scaturire da essi. Con il tempo anche gli elementi che sentivo significativi nella composizione di forme estetiche scultoree si sgravavano dall'artificiosità e assumevano, a mio avviso, grazia e immediatezza. Ma lavoravo sempre con un occhio al senso di ciò che facevo, senza cedere al fascino di gratuiti estetismi. Stavo temperando la mia sensibilità e quel che apprendevo era anche porre una maggiore attenzione all'osservazione dei fenomeni: quelli che ritrovavo vivendo quotidianamente, che sorgevano sottili e naturali, e pure quelli che potevano assumere valori simbolici. In effetti l'attenzione è curiosità a uno stato costantemente sollecitato: non fissare l'attitudine della sensibilità a un solo veicolo espressivo garantisce autonomia e capacità di trasformazione trasversale della materia. È mio parere che fare esercizio (o sperimentazione) del sensibile permetta di riuscire a cogliere l'invisto nelle pieghe del reale.
Il prossimo 10 aprile inaugurerà la tua nuova mostra personale: La pelle della tigre, a cura di Giovanna Manzotti, presso la Galleria Massimodeluca. In che modo le recenti esperienze all'estero, come la residenza a Belgrado, hanno inciso sulle modalità del tuo operare artistico? Si può rintracciare una linea di continuità tra i tuoi primi lavori e la produzione più recente, oppure bisogna aspettarsi grandi novità da questa mostra?
Belgrado è stata una realtà forte che mi ha corroborato nel profondo. Il mio rapporto con le cose è sempre stato molto fisico, performante (più che performativo); la Serbia mi ha fatto dono di una capacità unica nell'affrontare le problematiche ambientali e di comunicazione più ferree, con determinazione e volontà. Ho avuto la fortuna di stringere legami di amicizia sia nel mondo dell'arte balcanica, sia in quello dello sport da contatto, che ho praticato ogni giorno, imparando tecniche e stili di lotta. Ho potuto inoltre mettere a confronto il mio essere autore sensibile e leggermente disimpegnato, ma non acritico, con un senso sociale e politico dell'arte che permea la cultura serba, in un contesto in cui la maggior parte degli artisti risponde al richiamo della responsabilità civile. Sentivo di essere depositario di una certa italianità e che questa era intesa come un valore unico. Mi sentivo responsabile della storia che mi portavo dietro e che capivo di rappresentare; forse ero suggestionato da un territorio denso di contraddizioni e dalle braci fumanti, ma intanto la mia consapevolezza si era gentilmente corazzata.
Per quanto concerne la mia prossima personale, credo di esser rimasto fedele alla mia vocazione sperimentale e anche leggermente ironica (ma non frivola) nel campo dell'immagine e della forma; io d'altronde conosco la mia pratica, gli altri necessariamente un po' meno. Se ci saranno novità, il nuovo sarà sempre negli occhi di chi osserva.
Graziano Folata (Rho, 1982) vive e opera tra Milano e Venezia. Ha condotto i suoi studi all'Accademia di Belle Arti di Brera. Ha partecipato a numerose collettive e ha presentato i suoi lavori in personali e premi in cui si è distinto meritando la possibilità di studiare ulteriormente le dinamiche dell'arte contemporanea grazie a progetti di residenza d'artista e borse di studio in Italia e all'estero. Si ricordano, nel 2013, la residenza a Remont, Associazione per l'arte contemporanea indipendente a Belgrado (Serbia), e la mostra finale I baci più dolci, a cura di Miroslav Karic e Marija Rados; la personale Aquemini, Galleria A+B Contemporary Art, Brescia, con interventi critici di Federico Ferrari, Giovanna Manzotti e Marta Cereda. Si è aggiudicato la Menzione speciale arte emergente al Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee ed è stato selezionato per il museo MAGA di Gallarate all'interno della sezione RawZone di Art Verona.
Per approfondire:
italianarea.it
Quali sono i limiti della percezione? Se fossi bendato e facessi un passo oltre il bordo del precipizio, concepirei quel limite soltanto una volta ritrovatomi in caduta libera. Ecco, io mi trovo continuamente in caduta libera, ma non so se sia caduta o volo, come non so riconoscere appieno dove io scopra o inventi, eppure sono mosso dall'urgenza di riempire gli sguardi di fertile meraviglia, in maniera da poter rendere plausibile ad altri un nuovo approccio all'atto artistico, anche partendo da sistemi minimi o immagini aspre nella loro prima insorgenza.
Una caratteristica costante del tuo percorso di ricerca è l'incessante sperimentazione di molteplici tecniche attraverso il ricorso a linguaggi differenti: ti esprimi agevolmente con la scultura, la fotografia, la pittura e le installazioni, dimostrando un'innata capacità, piuttosto rara a dire il vero, di padroneggiare più codici contemporaneamente. Credi che tale predisposizione sia collegata alla curiosità e all'interesse per lo studio della materia, in tutte le sue forme?
Ho sempre disegnato, incessantemente. Così mi sono accorto che dovevo essere spontaneo nel segno, sintetizzare con semplicità e piacere nel farlo: in questa maniera riuscivo ad essere molto veloce e più andavo avanti più ritrovavo una certa pienezza che riassumeva la forma e la figura in maniera decisa e personale. Con lo stesso atteggiamento ho guardato alla composizione sul vetro smerigliato della mia macchina fotografica, alla scelta dei soggetti e alle potenzialità che potevano scaturire da essi. Con il tempo anche gli elementi che sentivo significativi nella composizione di forme estetiche scultoree si sgravavano dall'artificiosità e assumevano, a mio avviso, grazia e immediatezza. Ma lavoravo sempre con un occhio al senso di ciò che facevo, senza cedere al fascino di gratuiti estetismi. Stavo temperando la mia sensibilità e quel che apprendevo era anche porre una maggiore attenzione all'osservazione dei fenomeni: quelli che ritrovavo vivendo quotidianamente, che sorgevano sottili e naturali, e pure quelli che potevano assumere valori simbolici. In effetti l'attenzione è curiosità a uno stato costantemente sollecitato: non fissare l'attitudine della sensibilità a un solo veicolo espressivo garantisce autonomia e capacità di trasformazione trasversale della materia. È mio parere che fare esercizio (o sperimentazione) del sensibile permetta di riuscire a cogliere l'invisto nelle pieghe del reale.
Il prossimo 10 aprile inaugurerà la tua nuova mostra personale: La pelle della tigre, a cura di Giovanna Manzotti, presso la Galleria Massimodeluca. In che modo le recenti esperienze all'estero, come la residenza a Belgrado, hanno inciso sulle modalità del tuo operare artistico? Si può rintracciare una linea di continuità tra i tuoi primi lavori e la produzione più recente, oppure bisogna aspettarsi grandi novità da questa mostra?
Belgrado è stata una realtà forte che mi ha corroborato nel profondo. Il mio rapporto con le cose è sempre stato molto fisico, performante (più che performativo); la Serbia mi ha fatto dono di una capacità unica nell'affrontare le problematiche ambientali e di comunicazione più ferree, con determinazione e volontà. Ho avuto la fortuna di stringere legami di amicizia sia nel mondo dell'arte balcanica, sia in quello dello sport da contatto, che ho praticato ogni giorno, imparando tecniche e stili di lotta. Ho potuto inoltre mettere a confronto il mio essere autore sensibile e leggermente disimpegnato, ma non acritico, con un senso sociale e politico dell'arte che permea la cultura serba, in un contesto in cui la maggior parte degli artisti risponde al richiamo della responsabilità civile. Sentivo di essere depositario di una certa italianità e che questa era intesa come un valore unico. Mi sentivo responsabile della storia che mi portavo dietro e che capivo di rappresentare; forse ero suggestionato da un territorio denso di contraddizioni e dalle braci fumanti, ma intanto la mia consapevolezza si era gentilmente corazzata.
Per quanto concerne la mia prossima personale, credo di esser rimasto fedele alla mia vocazione sperimentale e anche leggermente ironica (ma non frivola) nel campo dell'immagine e della forma; io d'altronde conosco la mia pratica, gli altri necessariamente un po' meno. Se ci saranno novità, il nuovo sarà sempre negli occhi di chi osserva.
Graziano Folata (Rho, 1982) vive e opera tra Milano e Venezia. Ha condotto i suoi studi all'Accademia di Belle Arti di Brera. Ha partecipato a numerose collettive e ha presentato i suoi lavori in personali e premi in cui si è distinto meritando la possibilità di studiare ulteriormente le dinamiche dell'arte contemporanea grazie a progetti di residenza d'artista e borse di studio in Italia e all'estero. Si ricordano, nel 2013, la residenza a Remont, Associazione per l'arte contemporanea indipendente a Belgrado (Serbia), e la mostra finale I baci più dolci, a cura di Miroslav Karic e Marija Rados; la personale Aquemini, Galleria A+B Contemporary Art, Brescia, con interventi critici di Federico Ferrari, Giovanna Manzotti e Marta Cereda. Si è aggiudicato la Menzione speciale arte emergente al Premio Francesco Fabbri per le arti contemporanee ed è stato selezionato per il museo MAGA di Gallarate all'interno della sezione RawZone di Art Verona.
Per approfondire:
italianarea.it
sabato 15 marzo 2014
I no delle soprintendenze e i buchi nel Vasari
Il 9 marzo scorso è apparso su La Repubblica un articolo di Giovanni Valentini dall'esplicito titolo: "Tutti i no delle soprintendenze che ostacolano i tesori d'Italia". Con tutto il rispetto e l'affetto per il bravissimo giornalista, che però non può certo vantare particolari competenze, titoli ed esperienze nel settore della gestione e della tutela del patrimonio culturale, viene da sorridere amaramente quando si individua nella "maledizione dei coccetti" una delle principali cause del degrado urbanistico e sociale della Capitale, oppure quando si accusano le soprintendenze di "incatenare il Belpaese" o di "bloccare il recupero del patrimonio artistico". Uno scivolone può capitare a tutti e, per una volta, l'acuto editorialista del giornale di Ezio Mauro è inciampato in un mal congegnato miscuglio di demagogia e superficialità, che mostra in trasparenza, sullo sfondo, tutto il repertorio delle insofferenze e delle bramosie che il ventennio berlusconiano ha insinuato nell'animo degli italiani. Così, tra le righe, compaiono tematiche tristemente note e affermazioni che, a dire il vero, potrebbero essere tranquillamente sottoscritte da un Nannipieri. Quello che più disturba è percepire un atteggiamento di sufficienza di fronte alla cultura delle regole (almeno in campo culturale), quando questa va a scontrarsi con un'esigenza di "modernizzazione" dai contorni non ben definiti. Ma è ben poco elegante anche il profluvio di dati sugli stipendi di dirigenti e funzionari del Ministero dei Beni Culturali, che parrebbe voler estendere persino a questo settore l'ormai unanime riprovazione per gli eccessivi costi della politica, ma non fa i conti con una realtà che è descritta con tutt'altra consapevolezza nella replica all'articolo di Valentini pubblicata su patrimoniosos.it e sottoscritta da un cospicuo numero di funzionari ed ex-funzionari del Mibact: "In un paese come il nostro, il Ministero dei Beni Culturali è da sempre considerato il fanalino di coda, [...] la percentuale del Pil nazionale investita in tutela e valorizzazione del patrimonio artistico è risibile rispetto a quella di altri paesi europei che non possono neppure lontanamente paragonarsi alla ricchezza del nostro, [...] gli organici del personale tecnico-scientifico del Mibact sono nettamente sottodimensionati rispetto alle esigenze di un patrimonio immenso e [...] l'età media dei funzionari è al di sopra dei cinquant'anni. Se dunque le soprintendenze non funzionano forse è perché non le si vuole far funzionare. E gli economisti, a cui è oggi tanto di moda appellarsi, ci insegnano che un'impresa va incentivata prima di tutto attraverso gli investimenti, sia di capitale finanziario sia umano".
Ciò che invece si rintraccia con difficoltà nell'articolo di Valentini è una coerente e concreta argomentazione a sostegno della sua tesi. Si cita l'esempio della decisione di Matteo Renzi, da sindaco di Firenze, di affittare Ponte Vecchio alla Ferrari, sostenendo che sia stata contestata dalla Soprintendenza. Eppure in quell'occasione la soprintendente ai beni ambientali ed architettonici Alessandra Marino ha firmato, forse anche con una certa leggerezza, l'ordinanza del Sindaco, esprimendo tra l'altro il suo parere favorevole. Scrive ancora Valentini che Renzi "avrebbe voluto far eseguire alcuni sondaggi tecnici" su un affresco di Vasari alla ricerca di un Leonardo perduto. In realtà l'attuale Presidente del Consiglio non "avrebbe" ma "ha" fatto eseguire una mezza dozzina di "sondaggi tecnici" (che, esplicitando l'eufemismo, non sono altro che buchi) sull'affresco di Palazzo Vecchio, con tanto di autorizzazione del soprintendente Cristina Acidini. A prescindere dai risultati delle operazioni, che non si vogliono qui giudicare, non sembra che gli esempi concreti portati da Valentini siano particolarmente efficaci nel dimostrare quanto i custodi dei beni culturali rappresentino un freno allo sviluppo. Pur senza cadere nell'eccesso opposto di chi denuncia un'abitudine diffusa alla "prostituzione culturale" nel nostro Paese (come è noto la verità, se sta da qualche parte, sta nel mezzo), dovrebbero essere altre le modalità per esprimere sostegno al nuovo Governo e coltivare speranze riguardo al suo operato. Mentre sembra paradossale che chi conserva un'idea diversa di come dovrebbe configurarsi l'azione politica della sinistra italiana meriti l'appellativo di "reazionario", che Massimo Mattioli in un suo pezzo per Artribune ha affibbiato a Giulia Maria Crespi, a Salvatore Settis e a coloro i quali hanno pubblicamente espresso il proprio dissenso nei confronti del programma di drastica revisione delle strutture centrali e periferiche per la gestione dei beni culturali prospettato dai renziani più convinti.
Ciò che invece si rintraccia con difficoltà nell'articolo di Valentini è una coerente e concreta argomentazione a sostegno della sua tesi. Si cita l'esempio della decisione di Matteo Renzi, da sindaco di Firenze, di affittare Ponte Vecchio alla Ferrari, sostenendo che sia stata contestata dalla Soprintendenza. Eppure in quell'occasione la soprintendente ai beni ambientali ed architettonici Alessandra Marino ha firmato, forse anche con una certa leggerezza, l'ordinanza del Sindaco, esprimendo tra l'altro il suo parere favorevole. Scrive ancora Valentini che Renzi "avrebbe voluto far eseguire alcuni sondaggi tecnici" su un affresco di Vasari alla ricerca di un Leonardo perduto. In realtà l'attuale Presidente del Consiglio non "avrebbe" ma "ha" fatto eseguire una mezza dozzina di "sondaggi tecnici" (che, esplicitando l'eufemismo, non sono altro che buchi) sull'affresco di Palazzo Vecchio, con tanto di autorizzazione del soprintendente Cristina Acidini. A prescindere dai risultati delle operazioni, che non si vogliono qui giudicare, non sembra che gli esempi concreti portati da Valentini siano particolarmente efficaci nel dimostrare quanto i custodi dei beni culturali rappresentino un freno allo sviluppo. Pur senza cadere nell'eccesso opposto di chi denuncia un'abitudine diffusa alla "prostituzione culturale" nel nostro Paese (come è noto la verità, se sta da qualche parte, sta nel mezzo), dovrebbero essere altre le modalità per esprimere sostegno al nuovo Governo e coltivare speranze riguardo al suo operato. Mentre sembra paradossale che chi conserva un'idea diversa di come dovrebbe configurarsi l'azione politica della sinistra italiana meriti l'appellativo di "reazionario", che Massimo Mattioli in un suo pezzo per Artribune ha affibbiato a Giulia Maria Crespi, a Salvatore Settis e a coloro i quali hanno pubblicamente espresso il proprio dissenso nei confronti del programma di drastica revisione delle strutture centrali e periferiche per la gestione dei beni culturali prospettato dai renziani più convinti.
La semplificazione non è sempre la soluzione migliore per ogni problema: non lo è di certo in merito a questioni complesse come la valorizzazione e la tutela del patrimonio artistico.
giovedì 13 febbraio 2014
Tre domande a Martina Cavallarin
A partire dal 2009, l'associazione di promozione sociale scatolabianca si occupa della promozione e della valorizzazione di artisti emergenti, perseguendo un obiettivo ambizioso: l'integrazione tra arte e collettività. Parole d'ordine come partecipazione, condivisione, interdisciplinarità, connessione tra i diversi segmenti della società civile, dialogo, confronto e opportunità educative hanno da sempre caratterizzato la progettualità della dinamica piattaforma culturale da te diretta. Quali sono le novità e le iniziative previste per il 2014?
scatolabianca nasce come una piattaforma d'arte visiva nel 2009, anno in cui i cambiamenti e le destabilizzazioni prodotte dalle attuali condizioni sociali, economiche e politiche ancora non erano evidenti. Volevamo tornare a stare insieme, a parlare, a innestare il dialogo con modalità e declinazioni differenti da quelle degli anni Settanta, svecchiando e velocizzando lo scambio pur restando dentro posizioni anche ideologiche, ma senza radicalismi. Ciò che non sapevamo, in modo cosciente intendo, è che le modalità associazionistiche sarebbero diventate una necessità e un'urgenza, almeno per noi. Così con fatica, anche economica, abbiamo affittato una sede nel centro di Milano, zona Porta Genova, scatolabianca(etc.): l'abbiamo riqualificata, accessoriata e ora la stiamo abitando. Altra parte complessa continua a essere il coniugare l'impegno scatolabianca con il proprio lavoro indipendente: io sono critica e curatrice d'arte contemporanea, Roberta Donato è una giovane PR e ufficio stampa, Gianni Moretti è un artista professionista impegnato a livello internazionale e Federico Arcuri è un Art Director di Piacenza. Con il trascorrere del tempo l'asse d'interesse si è andato sempre più spostando su temperature legate alla coscienza civica, alla crescita intellettuale, alla formazione, alla cultura che crea sistema e riqualifica territori e anime. Abbiamo cominciato a sostenere CORSI per artisti sulle stesure professionistiche di portfolio, inserimento professionistico nel sistema arte e analisi dell'opera (scatolabianca cacciatori di teste | BACKSTAGE), l'insegnamento della comunicazione e della gestione web (scatolabianca TheCOMMUNICATORS) sempre agendo con un massimo di 3/4 artisti alla volta perché crediamo allo scambio e al valore personale. Lavoriamo sul processo dell'artista (scatolabianca BLACK MATCH), organizziamo talk con critici e curatori (scatolabianca WhoCARES?). Ora abbiamo ideato scatolabianca 4X4, un ciclo espositivo durante il quale una parete di scatolabianca(etc.) sarà costantemente dedicata a un socio | artista per una condivisione di abitazione, di partecipazione, di relazione, di intenti.
Un importante obiettivo studiato e raggiunto è PROGETTO IRIS: con il Comune di Milano abbiamo presentato alla Fabbrica del Vapore una struttura rizomatica formata da studi, laboratori, conferenze, corsi, per un gesto artistico che abbracci tutti e che ora prosegue nella sede di Milano e si diramerà in altri luoghi e con altre modalità.
La conferenza a PROGETTO IRIS e quella bolognese tenutasi presso la fiera d'arte indipendente SetUp hanno dato il via al progetto scatolabianca ART MEETS LAW: un ciclo di incontri dedicato ai diritti e ai doveri nel mondo dell'arte contemporanea. L'attuale scenario economico e la fragilità di ogni prospettiva di ripresa rendono sempre più impellente la necessità di diffondere la cultura della legalità nel nostro Paese. Credi che l'artworld possa dare il buon esempio? Non ti sembra invece che, purtroppo, i rapporti di forza e le pretese di deregolamentazione siano ancora motivi dominanti nelle logiche del mercato dell'arte?
Proponendo PROGETTO IRIS alla Fabbrica del Vapore abbiamo messo in piedi una serie di conferenze e tra queste abbiamo accolto Connecting Cultures, con un convegno sostenuto dalla dott.ssa Anna Detheridge e dall'Avv. Alessandra Donati (già esimia protagonista di un ciclo d'incontri sul diritto e i contratti d'arte alla Fiera di Torino Artissima 2013). Il percorso è poi proseguito con la conferenza bolognese tenuta a SetUp da me, dall'Avv. Lavinia Savini (professionista del settore e esperta in Patrimonio) e dall'autore Alessandro Bergonzoni. Ora il cammino prosegue con dei talk che si svolgeranno nella sede milanese scatolabianca(etc.) e che vedranno diversi relatori scambiarsi opinioni, spiegare i diritti e i doveri di artisti, galleristi, critici, curatori, collezionisti, produttori, divulgatori. Sarà possibile richiedere i format dei principali contratti che si stipulano in caso di mostre, prestiti di opere, produzione di lavori, svolgimenti di performance, vita dell'opera dopo che questa lascia lo studio dell'artista e la proprietà dell'artista stesso. scatolabianca ART MEETS LAW rappresenta per noi una necessaria e vera urgenza di presa di responsabilità: si devono fare contratti tra artisti, galleristi, critici, per esporre, produrre, diffondere immagini di opere. Tale meccanismo deve diventare normale come ricevere ed erogare lo scontrino al supermercato: non può dipendere da rapporti di forza, peculiarità caratteriali, esibizioni di potere, ruoli. Il momento dei gentlemen's agreement è finito. Se ci credo? Credo che stiamo agendo, ci stiamo esponendo, ci stiamo mettendo in gioco, non deleghiamo, non ci piangiamo addosso. Se il sistema ora è obsoleto e macchinoso sta a noi cambiarlo, senza grandi rivoluzioni, senza incendi e urla, solo con il fare guidato da un pensiero culturale e sociale rizomatico condiviso. Cerchiamo quindi di diffondere la voglia, la passione, l'energia dell'azione plurale, questo è il gesto artistico: cercare di essere migliori, non nascondersi, non accusare gli altri di non costruire ciò che dobbiamo, è evidente, costruire tutti noi in prima persona. E a scatolabianca siamo, tentiamo, facciamo. La cosa più bella? Che ora la rosa delle persone propositive e attive, molti artisti e critici, si sta allargando e se facciamo squadra ci divertiamo davvero!
Quest'anno sei stata responsabile degli eventi culturali di SetUp, la fiera giovane di Bologna ideata da Simona Gavioli e Alice Zannoni. In virtù di questa esperienza, vorresti esprimere un sintetico parere sulla seconda edizione della manifestazione?
Sono stata incaricata di occuparmi degli eventi culturali. Una programmazione che ho cominciato a strutturare a luglio 2013 e che ritengo importante in un meccanismo commerciale come una fiera, che ha bisogno della parte culturale: questo è sempre stato il pensiero preminente di Alice Zannoni, che si cura della parte più intellettuale e ricreativa, quest'anno rappresentata dal ping pong di Nino Migliori, mentre Simona Gavioli ricopre un ruolo più manageriale e organizzativo, una coppia perfetta.
Davvero densi e interessanti gli incontri sostenuti da nomi eccellenti: Mario Perniola, Adriana Polveroni, Silvia Evangelisti, Giacinto Di Pietrantonio, Lavinia Savini, Alessandro Bergonzoni, Roberto Paci Dalò, Carlo Musso, Fabiola Naldi e KCity, DueBarraDue, Frontier, roBOt festival. Ci siamo concentrati su temi culturali, legislativi, sociali e di rigenerazione urbana. SetUp si occupa dei giovani talenti, è innovativa, coraggiosa, riqualificante per la struttura urbana che abita e per le persone che coinvolge. Una macchina complessa che Simona Gavioli e Alice Zannoni hanno creato e cresciuto con coraggio, un pizzico d'incoscienza fondamentale per le grandi imprese e con una tenacia che le ha viste protagoniste di uno scardinamento di gerarchie, retaggi, condizionamenti. Ora, grazie a SetUp, Bologna rappresenta un luogo esemplare dell'arte contemporanea italiana che la equipara alle grandi capitali europee. In Italia capita raramente e in pochi settori d'eccellenza. Come potevo non essere loro vicina e non sentirmi fortunata a poterlo essere? Gavioli & Zannoni costituiscono una perfetta "dittologia sinonimica": Belle & Brave.
Martina Cavallarin (Venezia, 17/12/1966) vive e lavora tra Milano e Venezia. Critica e curatrice indipendente, si occupa di arti visive contemporanee con uno sguardo che spazia tra differenti linguaggi e necessarie contaminazioni. Il senso è esplorare possibilità, indagare sistemi relazionali, sociali ed ecocompatibili, processi in progressione, espansione dell'errore, analisi sulle imperfezioni. La sua ricerca si concentra su interventi di arte relazionale che coinvolgono il territorio urbano e la sfera umana. Nel 2014 è responsabile degli eventi culturali di SetUp, Bologna. Nel 2013 ha ideato PROGETTO IRIS – un progetto del Comune di Milano e di scatolabianca alla Fabbrica del Vapore – che continua a dirigere nel 2014 e ha diretto e curato il Blumm Prize all'Ambasciata italiana di Bruxelles. Del 2012 gli interventi alla LUISS di Roma nel Master of Art e del 2010-2011 al Politecnico di Milano, dipartimento di Design e Architettura. Dal 2009 è co-fondatrice di scatolabianca – Associazione di Promozione Sociale – della quale ha assunto presidenza e direzione. Tra il 2003 e il 2009 è stata coordinatrice scientifica e culturale di Achille Bonito Oliva all'interno di progetti editoriali ed espositivi. Nel 2008 è stata critica e curatrice alla Project Room del MART di Rovereto. Collabora con riviste tra le quali Artribune, Exibart, alfabeta2, Venezia da Vivere.
Per approfondire:
scatolabianca.net
setupcontemporaryart.com
scatolabianca nasce come una piattaforma d'arte visiva nel 2009, anno in cui i cambiamenti e le destabilizzazioni prodotte dalle attuali condizioni sociali, economiche e politiche ancora non erano evidenti. Volevamo tornare a stare insieme, a parlare, a innestare il dialogo con modalità e declinazioni differenti da quelle degli anni Settanta, svecchiando e velocizzando lo scambio pur restando dentro posizioni anche ideologiche, ma senza radicalismi. Ciò che non sapevamo, in modo cosciente intendo, è che le modalità associazionistiche sarebbero diventate una necessità e un'urgenza, almeno per noi. Così con fatica, anche economica, abbiamo affittato una sede nel centro di Milano, zona Porta Genova, scatolabianca(etc.): l'abbiamo riqualificata, accessoriata e ora la stiamo abitando. Altra parte complessa continua a essere il coniugare l'impegno scatolabianca con il proprio lavoro indipendente: io sono critica e curatrice d'arte contemporanea, Roberta Donato è una giovane PR e ufficio stampa, Gianni Moretti è un artista professionista impegnato a livello internazionale e Federico Arcuri è un Art Director di Piacenza. Con il trascorrere del tempo l'asse d'interesse si è andato sempre più spostando su temperature legate alla coscienza civica, alla crescita intellettuale, alla formazione, alla cultura che crea sistema e riqualifica territori e anime. Abbiamo cominciato a sostenere CORSI per artisti sulle stesure professionistiche di portfolio, inserimento professionistico nel sistema arte e analisi dell'opera (scatolabianca cacciatori di teste | BACKSTAGE), l'insegnamento della comunicazione e della gestione web (scatolabianca TheCOMMUNICATORS) sempre agendo con un massimo di 3/4 artisti alla volta perché crediamo allo scambio e al valore personale. Lavoriamo sul processo dell'artista (scatolabianca BLACK MATCH), organizziamo talk con critici e curatori (scatolabianca WhoCARES?). Ora abbiamo ideato scatolabianca 4X4, un ciclo espositivo durante il quale una parete di scatolabianca(etc.) sarà costantemente dedicata a un socio | artista per una condivisione di abitazione, di partecipazione, di relazione, di intenti.
Un importante obiettivo studiato e raggiunto è PROGETTO IRIS: con il Comune di Milano abbiamo presentato alla Fabbrica del Vapore una struttura rizomatica formata da studi, laboratori, conferenze, corsi, per un gesto artistico che abbracci tutti e che ora prosegue nella sede di Milano e si diramerà in altri luoghi e con altre modalità.
La conferenza a PROGETTO IRIS e quella bolognese tenutasi presso la fiera d'arte indipendente SetUp hanno dato il via al progetto scatolabianca ART MEETS LAW: un ciclo di incontri dedicato ai diritti e ai doveri nel mondo dell'arte contemporanea. L'attuale scenario economico e la fragilità di ogni prospettiva di ripresa rendono sempre più impellente la necessità di diffondere la cultura della legalità nel nostro Paese. Credi che l'artworld possa dare il buon esempio? Non ti sembra invece che, purtroppo, i rapporti di forza e le pretese di deregolamentazione siano ancora motivi dominanti nelle logiche del mercato dell'arte?
Proponendo PROGETTO IRIS alla Fabbrica del Vapore abbiamo messo in piedi una serie di conferenze e tra queste abbiamo accolto Connecting Cultures, con un convegno sostenuto dalla dott.ssa Anna Detheridge e dall'Avv. Alessandra Donati (già esimia protagonista di un ciclo d'incontri sul diritto e i contratti d'arte alla Fiera di Torino Artissima 2013). Il percorso è poi proseguito con la conferenza bolognese tenuta a SetUp da me, dall'Avv. Lavinia Savini (professionista del settore e esperta in Patrimonio) e dall'autore Alessandro Bergonzoni. Ora il cammino prosegue con dei talk che si svolgeranno nella sede milanese scatolabianca(etc.) e che vedranno diversi relatori scambiarsi opinioni, spiegare i diritti e i doveri di artisti, galleristi, critici, curatori, collezionisti, produttori, divulgatori. Sarà possibile richiedere i format dei principali contratti che si stipulano in caso di mostre, prestiti di opere, produzione di lavori, svolgimenti di performance, vita dell'opera dopo che questa lascia lo studio dell'artista e la proprietà dell'artista stesso. scatolabianca ART MEETS LAW rappresenta per noi una necessaria e vera urgenza di presa di responsabilità: si devono fare contratti tra artisti, galleristi, critici, per esporre, produrre, diffondere immagini di opere. Tale meccanismo deve diventare normale come ricevere ed erogare lo scontrino al supermercato: non può dipendere da rapporti di forza, peculiarità caratteriali, esibizioni di potere, ruoli. Il momento dei gentlemen's agreement è finito. Se ci credo? Credo che stiamo agendo, ci stiamo esponendo, ci stiamo mettendo in gioco, non deleghiamo, non ci piangiamo addosso. Se il sistema ora è obsoleto e macchinoso sta a noi cambiarlo, senza grandi rivoluzioni, senza incendi e urla, solo con il fare guidato da un pensiero culturale e sociale rizomatico condiviso. Cerchiamo quindi di diffondere la voglia, la passione, l'energia dell'azione plurale, questo è il gesto artistico: cercare di essere migliori, non nascondersi, non accusare gli altri di non costruire ciò che dobbiamo, è evidente, costruire tutti noi in prima persona. E a scatolabianca siamo, tentiamo, facciamo. La cosa più bella? Che ora la rosa delle persone propositive e attive, molti artisti e critici, si sta allargando e se facciamo squadra ci divertiamo davvero!
Quest'anno sei stata responsabile degli eventi culturali di SetUp, la fiera giovane di Bologna ideata da Simona Gavioli e Alice Zannoni. In virtù di questa esperienza, vorresti esprimere un sintetico parere sulla seconda edizione della manifestazione?
Sono stata incaricata di occuparmi degli eventi culturali. Una programmazione che ho cominciato a strutturare a luglio 2013 e che ritengo importante in un meccanismo commerciale come una fiera, che ha bisogno della parte culturale: questo è sempre stato il pensiero preminente di Alice Zannoni, che si cura della parte più intellettuale e ricreativa, quest'anno rappresentata dal ping pong di Nino Migliori, mentre Simona Gavioli ricopre un ruolo più manageriale e organizzativo, una coppia perfetta.
Davvero densi e interessanti gli incontri sostenuti da nomi eccellenti: Mario Perniola, Adriana Polveroni, Silvia Evangelisti, Giacinto Di Pietrantonio, Lavinia Savini, Alessandro Bergonzoni, Roberto Paci Dalò, Carlo Musso, Fabiola Naldi e KCity, DueBarraDue, Frontier, roBOt festival. Ci siamo concentrati su temi culturali, legislativi, sociali e di rigenerazione urbana. SetUp si occupa dei giovani talenti, è innovativa, coraggiosa, riqualificante per la struttura urbana che abita e per le persone che coinvolge. Una macchina complessa che Simona Gavioli e Alice Zannoni hanno creato e cresciuto con coraggio, un pizzico d'incoscienza fondamentale per le grandi imprese e con una tenacia che le ha viste protagoniste di uno scardinamento di gerarchie, retaggi, condizionamenti. Ora, grazie a SetUp, Bologna rappresenta un luogo esemplare dell'arte contemporanea italiana che la equipara alle grandi capitali europee. In Italia capita raramente e in pochi settori d'eccellenza. Come potevo non essere loro vicina e non sentirmi fortunata a poterlo essere? Gavioli & Zannoni costituiscono una perfetta "dittologia sinonimica": Belle & Brave.
Martina Cavallarin (Venezia, 17/12/1966) vive e lavora tra Milano e Venezia. Critica e curatrice indipendente, si occupa di arti visive contemporanee con uno sguardo che spazia tra differenti linguaggi e necessarie contaminazioni. Il senso è esplorare possibilità, indagare sistemi relazionali, sociali ed ecocompatibili, processi in progressione, espansione dell'errore, analisi sulle imperfezioni. La sua ricerca si concentra su interventi di arte relazionale che coinvolgono il territorio urbano e la sfera umana. Nel 2014 è responsabile degli eventi culturali di SetUp, Bologna. Nel 2013 ha ideato PROGETTO IRIS – un progetto del Comune di Milano e di scatolabianca alla Fabbrica del Vapore – che continua a dirigere nel 2014 e ha diretto e curato il Blumm Prize all'Ambasciata italiana di Bruxelles. Del 2012 gli interventi alla LUISS di Roma nel Master of Art e del 2010-2011 al Politecnico di Milano, dipartimento di Design e Architettura. Dal 2009 è co-fondatrice di scatolabianca – Associazione di Promozione Sociale – della quale ha assunto presidenza e direzione. Tra il 2003 e il 2009 è stata coordinatrice scientifica e culturale di Achille Bonito Oliva all'interno di progetti editoriali ed espositivi. Nel 2008 è stata critica e curatrice alla Project Room del MART di Rovereto. Collabora con riviste tra le quali Artribune, Exibart, alfabeta2, Venezia da Vivere.
Per approfondire:
scatolabianca.net
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